Ok, lo ammetto. Questa volta è stata dura tornare. Soprattutto è stato strano. Era la prima volta che stavo via da casa così tanto tempo continuativamente, e l’impatto fa un certo effetto: ti sembra strano ripercorrere le solite strade, rivedere le persone, ritornare ad una quotidianità “normale”.

Prima me la prendevo con Ale quando diceva che gli fa strano tornare a casa, o che comunque stare in giro per il mondo gli piace: “No, ma grazie, eh! Scusa se vivi qui con me!”. Invece ora un po’ capisco. Tutto ciò che è la vita normale appare più strano, diciamo che quando sei in ritiro vivi un po’ alienato dai ritmi che uno segue regolarmente; non che gli atleti non abbiano una regolarità, anzi, ce l’hanno eccome! Ma è una regolarità tutta loro… Che i primi giorni qui mi è mancata terribilmente.

Un esempio dello spettacolo in Gold Coast, Tommy Zaferes mi sta facendo sognare con le sue foto (@tzaferes)

Le storie su Instagram del resto del gruppo in Gold Coast, Australia, per la Grand Final, non mi hanno aiutata per niente nel riambientarmi: già la parola “Gold Coast” può far intuire il tipo di spettacolo alquanto paradisiaco che vedono loro alla mattina aprendo le finestre; il fatto che io invece mi stia di nuovo svegliando da sola (fino a ieri) e in città, e che dalla finestra io veda solo strade, case e auto, mi sembra profondamente ingiusto.

Morale della favola: mi manca perfino la sveglia all’alba per andare a nuotare! Giuro, baratterei volentieri un training camp in Australia, in questo momento, con un triplo allenamento giornaliero! Per sentire un po’ meno la nostalgia, ci sentiamo via messaggio; il che per me significa addirittura scrivere in inglese! Solo che oltre a dirmi che manchiamo io e Ale nel gruppo, aggiungono un “Buon inizio anno scolastico”, che significa rigettarmi nel duro sconforto della ripartenza (ecco, questo invece lo chiamano “trauma da rientro”). Non parliamo poi dei miei problemi col jet-lag, che nessuna dose doppia di melatonina ha saputo evitarmi: io sto ancora seguendo l’orario del Canada, andando a letto tardissimo e svegliandomi ancora più tardi.

Ale è stato come al solito molto carino e pragmatico: “Che tu lo voglia o no, ora inizi con la scuola, ti conviene andare a letto prima…”. È stato strano anche rientrare a casa. Ho dovuto ripulire tutto da cima a fondo, ho dovuto riapprocciarmi di nuovo con il ferro da stiro, che non mi era mancato per niente (anzi, era stato davvero bello non avere il pensiero di stirare per più di un mese!); ho avuto anche una sorpresa dalle mie piantine grasse.

Sapevo che non avrebbero avuto problemi di acqua, ma ero preoccupata per la luce; i miei sono andati un paio di volte a vedere se era tutto a posto, ma per il resto loro sono state settimane lì al buio. Sarà stata la mancanza del mio influsso negativo in casa (non ho assolutamente il pollice verde, anzi, le piante con me hanno sempre vita molto breve, purtroppo), ma le ho trovate perfino cresciute! Il che è stato bellissimo, visto che in Arizona mi sono letteralmente innamorata dei cactus, che lì sono tanti ma soprattutto g-i-g-a-n-t-i.

In ogni caso, ci tenevo che, per il rientro di Ale, la casa fosse a posto, pulita e ordinata (anche se so che con lui dura poco). È arrivato lunedì sera. Mi ero ripromessa, come sempre, di non fare la rompiscatole, dopotutto era perfino tornato con una medaglia, si meritava un po’ di tregua (e di pietà, forse).

Ma dopo dieci minuti mi è proprio scappata: “Oh, Amore, si vede che sei a casa… C’è già una tua maglietta per terra!”. Battaglia persa, CON ALE NON VALE.

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