Se c’è un giorno davvero triste nella vita degli studenti, quello è il 7 gennaio. Non ci sono paragoni neanche con il primo giorno di scuola, perché lì magari ci sono anche un po’ di adrenalina, la voglia di rivedere i compagni, l’entusiasmo per un nuovo inizio. Ma il 7 gennaio no. Lì ci sono solo le vacanze natalizie che sono volate in un lampo, gli arretrati di studio e compiti che ti eri ripromesso di fare durante quelle due settimane, e la consapevolezza che prima di arrivare alla prossima pausa, quella di Pasqua, dovranno passare almeno tre mesi (e non dimentichiamo che gennaio è mese di verifiche, scrutini e pagelle). Anche quando finisce la scuola e vai all’Università gennaio non è così piacevole, visto che inizia la sessione, ma almeno non è così traumatico arrivare al 7: praticamente non hai mai smesso di studiare, durante le vacanze, e poco cambia. Poi a qualcuno, tipo me, capita di passare dall’altra parte, e di diventare insegnante. Ed ecco, molto spesso ripenso alla mia prof di greco del liceo, che l’ultimo giorno di scuola è arrivata in classe, e lasciandosi cadere sulla cattedra con la testa tra le mani ci ha detto: “Voi siete felici… Ma non avete idea di cosa significhi per noi arrivare finalmente a queste vacanze… E no… Voi non lo potete capire!”. Ora la capisco. Più che altro capisco il trauma del rientro. Quando ti ritrovi il 6 gennaio che non ti capaciti di come possano essere volati tutti i giorni di vacanza, che hai un sacco di lavoro arretrato che ti eri ripromessa di fare, e sai che ti aspetta un gennaio di verifiche, scrutini e pagelle. Come quando eri studente, cambia niente. 

Insomma, il 7 gennaio è uno dei giorni più brutti dell’anno. Quando è nato Alessandro Fabian? Il 7 gennaio. C’erano dubbi?

Essendo il giorno di ripresa di tutte le attività, tendenzialmente lui quel giorno non è neanche mai a casa, ma o parte per il ritiro, o ci è già. Un anno era in Namibia, già dal 4, e gli ho fatto arrivare il dolce per festeggiare fino a lì: il corriere è stato il fisioterapista che si è portato in valigia due scatole di Ferrero Roche, che gli ha dato quel giorno insieme ad un tablet con me su Skype (era stato fin troppo bravo a non mangiarseli lui comunque i cioccolatini). 

Essendo un giorno un po’ sfigato, Ale raramente festeggia il suo compleanno, se non quando gli viene fatta una festa a sorpresa, come l’anno scorso, per i 30 anni. Quest’anno, invece, siamo anche riusciti a fare un aperi-cena a casa nostra con una ventina di amici sabato, tutti rigorosamente in ciabatte (sì, avevamo papusse per tutti): l’intenzione era di fare una festa “a impatto zero”, senza usare plastica. Fortuna vuole che in casa nostra ci siano solo bicchieri colorati, di due o tre servizi vari; tradotto: avevamo tutti bicchieri diversi. Alla grande! Agli unici 4 uguali… ho messo degli stickers! …che tanto in casa di una maestra ce ne sono tantissimi. In realtà penso che di bicchieri normali, per acqua e bibite, ne siano stati usati solo due (uno era il mio). Al posto del classico bicchiere di plastica su cui scrivere il nome con l’indelebile, avevamo i calici. Tutti uguali. E per distinguerli usare l’indelebile non era una strada percorribile. Ho tirato fuori la mia riserva di spaghi, spaghetti, delle confezioni regalo, dei profumi, di stoffa o di raso, tutti diversi (sapevo io che prima o poi sarebbero tornati utili!). Ognuno aveva il proprio calice contraddistinto: “Mi passi il mio bicchiere?” “Qual è?” “Il Rigoni” (suo fratello aveva il nastrino della Nocciolata). Mia mamma forse è stata quella meno felice di tutti della scelta ecologica, visto che le ho fregato tutte le forchette e forchettine di tutti i servizi che ho trovato, compreso quello in argento del matrimonio! (“Basta che stiate attenti che sbaraccando non mi buttiate via anche le mie forchette, grazie”)

Il 6 sera siamo andati a cena dai suoi, ma l’obiettivo era tornare presto, visto che stamattina la sveglia è suonata alle 6.30 perché, ovviamente, doveva partire. In realtà alle 11.40 io mi stavo lavando i denti, e: “Amore, mancano 20 minuti al tuo compleanno, resisti vero, non prendere sonno…”. Era già troppo tardi, perché nonostante fosse entrato sotto le coperte da meno di un minuto, era già mezzo partito. 

CON ALE NON VALE, perché a 31 anni, ad un quarto d’ora dalla mezzanotte, uno non mi può rispondere: “Va benissimo anche se me li fai domani mattina, Amore”! 

Quando a mezzanotte l’ho praticamente svegliato per fargli gli auguri, è già tanto che abbia girato impercettibilmente la testa verso di me, ed emesso un piccolo suono (più simile ad un grugnito che ad un grazie) per poi ripiombare nel sonno. 

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