L’8 marzo si festeggia la festa della Donna. A dir la verità, nella mia famiglia si festeggia anche il compleanno dello zio Claudio che, ahimè, si cucca battute e riferimenti scontati praticamente da 60 anni, ma ormai se n’è anche fatto una ragione. 

Le iniziative pubblicitarie intorno a questa data si sprecano, dal regalo segreto di Pandora, al super omaggio offerto gentilmente da Trenitalia (una caramella!), ma l’unico collegamento che, spontaneamente, è nato dentro di me quando ho realizzato che si avvicinava questa ricorrenza, è stato il problema della violenza. Violenza sulle donne. Una parola che fa paura solo a dirla, ma a cui ormai ci stiamo fin troppo abituando. È diventata una piaga sociale, non passa giorno senza che si senta qualcosa a riguardo, al TG, sui giornali, nei social, e ancora si sa che la maggior parte di queste violenze non vengono denunciate e più della maggior parte non vengono punite. E ci sono canzoni (così, su due piedi, mi vengono in mente Ermal Meta, oppure la nuova “Caramelle”, di Pierdavide Carone e i Dear Jack) che parlano di questo, gli sceneggiatori di film e fiction tentano sempre di mandare messaggi di denuncia e protesta sul tema (sto guardando i nuovi episodi di Che Dio c’aiuti 5); e a me ogni volta vengono i brividi, le lacrime agli occhi, tanto che spesso non ce la faccio, cambio anche stazione radio perché quando capisci il senso non riesci più ad ascoltare con leggerezza quella canzone. Reagisco così io, che non posso neanche immaginare cosa significhi vivere questo tipo di realtà, quando neanche a casa tua puoi sentirti al sicuro, da piccola, magari, e non puoi scappare, e nessuno ti aiuta, e poi da grande, quando sei tenuta in gabbia dall’uomo che dovrebbe amarti, ed oltre ad essere vittima senti pure su di te vergogna e senso di colpa. No, non è normale tutto ciò.

Ogni tanto ripenso con un sorriso a quando, qualche anno fa, ho avuto problemi alla bandelletta ileo-tibiale (che fino a quel momento non avevo neanche idea di cosa fosse): ho dovuto fare delle sedute di fibrolisi, che mi hanno provocato una serie di ematomi lungo tutta la coscia sinistra. La reazione di Ale quando mi ha visto la gamba è stata, testualmente: “Oh, diglielo a tuo papà che non son stato io eh!”.

Quante cose ingiuste ci sono ancora intorno a noi donne, dalle disparità di trattamento nel luogo di lavoro, alle domande tendenziose e neanche troppo velate ai colloqui (del tipo: “Lei ha una relazione stabile?”), quando sei nella cosiddetta “età fertile”, che solo il nome infastidisce, neanche fossi considerata un campo da seminare.

Si parla tanto di parità, che oltre a non esserci, palesemente, poi viene applicata e decantata nei modi sbagliati, tipo nello stabilire gli orari di lavoro, e una mamma con tre figli deve inderogabilmente fare gli stessi orari di uno stagista giovane e single, a inizio carriera. Come se fosse normale, per una mamma, tornare a casa alle 7, 8 di sera (se non più tardi), lavorare tre, quattro, tutti i pomeriggi. Poi ci chiediamo perché non ci viene da fare figli. Se poi è impossibile seguirli, se dobbiamo darli ai nonni, o ad una baby-sitter (e per poter pagare la baby-sitter, noi dobbiamo per forza lavorare). E la soluzione proposta non è mai ridurre o riorganizzare gli orari di lavoro dei genitori. No, la soluzione che sembra intelligentissima è ampliare la disponibilità oraria in cui i bambini possono stare a scuola (fino alle 18.30, dalle 8 del mattino: sono più di 10 ORE!). Perché ciò che conta è offrire un servizio, non importa se sia più dannoso che altro.

Però ancora festeggiamo l’8marzo, la Festa della Donna. Regalando uno dei fiori più puzzolenti che esistano (ok, è una mia opinione personale), e io ringrazio Ale, a cui, in 7 anni di feste della Donna, non è mai passato per la testa di regalarmene una, di mimosa. Avrebbe potuto optare per una scatola di cioccolatini, volendo, quella l’avrei sicuramente apprezzata. Ma lui ha fatto di meglio: quando è stato a casa, per due o tre anni, finito l’allenamento di corsa mi è tornato su con un mazzolino di fiorellini raccolti per strada. E un sorriso. Valevano più di un mazzo di fiori, rose e mimose comprare in qualsiasi negozio. Quest’anno Ale non c’è, è ad Abu Dhabi; direi che stavolta potrebbe cavarsela facendo una bella gara, lo rendiamo valido come regalo per la Festa della Donna. 

Per il resto, il rispetto che lui (e spero tanti altri uomini) mi dimostra tutti i giorni, lo vedo in tanti suoi comportamenti: quando non reagisce con rabbia, se litighiamo, ma si sforza di dialogare e confrontarsi; quando non sfrutta quella superiorità fisica di cui è dotato rispetto a me, per prevalere con la forza; quando quelle sue mani grandi (esageratamente grandi) le usa per tirarmi a sé per abbracciarlo, e non per far del male (anche se quando mi fa il solletico mi pianta le dita tra le ossa, e allora sì gli urlo: “Cava quelle manacce!”). Penso a quando eravamo piccoli, e magari giocando insieme a scuola, ai compagni maschi che ci colpivano o spingevano, noi femmine subito recitavamo (con una certa dose di supponenza): “Guarda che LE DONNE NON SI TOCCANO NEANCHE CON UN FIORE!”. Al di là del fatto che, all’epoca, il maschio medio di 8 anni ti rispondeva: “Tu infatti mica sei una donna”, ma per lui rientravi nell’infima categoria delle “femmine” e basta, era comunque un messaggio che eravamo troppo piccoli per poter comprendere. Ma arriva un momento in cui non si è più troppo piccoli per comprendere.

 

L’8 marzo è la Festa della Donna. Io non avrò una mimosa, non avrò i cioccolatini, probabilmente Ale non mi farà neanche gli auguri fino a che non gli dirò io: “Oh, comunque auguri per la festa della donna, eh…”. Eppure la mia festa della Donna è quando lui mi dice: “Se non ci fossi bisognerebbe inventarti”, o “Ma come faremmo noi senza voi donne?”. Oggi non posso proprio dire CON ALE NON VALE perché, tutto questo, VALE tanto. 

Buona Festa della Donna a tutte!

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