Essere qui, in un training camp di atleti, mi fa immancabilmente pensare a febbraio, quando a Fuerteventura è iniziata, per me, la prima parte di ritiro dell’anno. Non sono in un’isola delle Canarie in costume e pantaloncini corti mentre a casa è pieno inverno, ma in uno stato del sud degli USA circondata da terra, alberi, e pick up giganti, a 2000metri d’altitudine. Nonostante faccia caldo (molto) anche qui, non posso non invidiare un po’ chi ora è al mare, in costume, a bere spritz.

Però ero davvero impaziente di partire (non solo perché non vedevo Ale da un mese), e come per quel primo ritiro a Fuerte, arrivare a destinazione è stato tirare un sospiro di sollievo. A febbraio ero reduce da un trasloco, molto impegnativo: assicuro che il numero di cose che può arrivare ad avere un triatleta, non è quantificabile. Non è quantificabile neanche il livello di nervoso che può provocare traslocare con il tuo “coinquilino”, già in ritiro da settimane, che con videochiamate di “supporto” e “aiuto”, ti dice dove e come mettere via le sue cose. Infierendo, però su quanto possa essere superfluo e inutile avere un intero scatolone di candele. 

Dopo i mesi in ritiro con lui, rientrata alla vita normale, fatta di scuola, lavoro, famiglia, amici, gli impegni si sono moltiplicati, ma uno più di tutti si è fatto sempre più spazio nelle mie giornate: bisognava organizzare il matrimonio. Ma non solo “pensarlo”, come avevamo fatto fino a quel momento, in modo astratto. No, ora c’era da occuparsi dei dettagli pratici; che sono tanti. Tantissimi. E finché non tocca a te, non ne sei consapevole, non sai cosa significhi, non capisci, anche se hai già visto tante altre farlo prima di te. Sono “dettagli” che ti travolgono. Villa, catering, fotografo, fiori, fedi, addio al nubilato, prove canti, letture, musica, partecipazioni, bomboniere. Ogni cosa la pensi, poi ti confronti, cambi idea, decidi, lui si dimentica cosa avete deciso, e dice tutt’altro, crea confusione, e si ricomincia da capo. Con una frase ricorrente: “Facciamo così: metti per iscritto le idee, e poi quando ci vediamo ne parliamo”. 

A volte fatico ancora a capacitarmi della percezione maschile del tempo, quando per esempio uno che si dovrebbe sposare a settembre è fermamente convinto che luglio sia ancora un buon momento per “buttare giù le idee”. Insomma, non vedevo l’ora di partire per poter tirare un sospiro di sollievo, e potermi dedicare, col giusto spirito, all’organizzazione di questo matrimonio. Cosa che di fatto è pure successa, perché nel giro di un paio di pomeriggi sono riuscita 1.a braccarlo a sufficienza da fargli leggere TUTTE le letture e i Vangeli tra cui potevamo scegliere, e 2.a preparare il file con il libretto della celebrazione. Già questo mi fa sentire molto a buon punto.

Nel frattempo, mi sono fermata a pensare. Da circa metà maggio, mi sono sentita come dentro un vortice. Giugno è stato un mese davvero brutto, per un sacco di problemi, imprevisti, cose inaspettate, eppure, nonostante tutto quello che capita intorno, ti rendi conto che la vita non si ferma e tu devi continuare a fare quello che devi. Senti che ne stai facendo un sacco, di cose, tanto che ti sei trovata più di qualche sera a cenare con un aperitivo o con una tazzina di gelato alle 11 di sera guardando Temptation Island. Eppure non basta e non riesci a fare tutto. E soprattutto, non te lo godi. E non c’è niente di più brutto del non riuscire a godersi una cosa bella, come i mesi che precedono il matrimonio.  È così che ti rendi conto del senso delle pause, che a volte ti imponi, altre volte vengono così, da sole. Anche questo blog è stato messo in pausa, visto che l’ultimo articolo segnalava il count down a meno due mesi, ed ora siamo, pericolosamente, a -50 giorni. Ma non avevo tempo, non avevo voglia, non avevo nulla da dire. A volte ci vogliono anche questi momenti. 

Ora sono tornata a vivere una quotidianità con Ale, o per lo meno diciamo che abbiamo vissuto insieme per una decina di giorni, viaggio intercontinentale incluso. Come da copione, non poteva durare troppo a lungo però: oggi è partito per la WTS a Edmonton, Canada, e io sono rimasta a Flagstaff. 

In tutto ciò, la sua ansia da prestazione per quanto riguarda il matrimonio è pressoché nulla. Ogni tanto gli ricordo le incombenze di cui si era fatto carico lui (due) e lo vedi riemergere dall’oblio: “Oh, è vero! Sentirò…” (sempre per il principio che luglio gli pare sempre un buon momento per informarsi ancora…). Ma il suo stile di vita è uno solo: “Tranquilla, che tanto andrà tutto bene lo stesso. Sarà mica così importante…”.

CON ALE NON VALE, perché evidentemente i modi diversi di sfogare lo stress prematrimoniale si palesano in questa particolare fase della vita di una coppia: il maschio, probabilmente per fuggire temporaneamente al peso delle responsabilità da cui dopo il matrimonio non potrà più sottrarsi,   regredisce alla fase adolescenziale e per rilassarsi ricomincia a guardare i cartoni animati (Naruto, per l’esattezza, cartone che, insiste, è portatore di un profondo messaggio esistenziale).

La femmina, invece, che pensava di aver raggiunto un periodo di pace e relax in cui fare sport e godersi il proprio fidanzato accanto, con il quale mettere a punto gli “ultimi dettagli” organizzativi del matrimonio, si ritrova invece tutta una serie di magagne fisiche (congiuntiviti, cistiti), che evolveranno probabilmente anche in mentali (poi dicono che diventiamo isteriche per niente), dettate da quella “somatizzazione dello stress” sconosciuta all’universo maschile. Mi consolo pensando ai miei amici maschi, già sposati, sostenitori del fatto che gli uomini siano condannati a subire lo stress (matrimoniale) per tutto il resto della vita. 

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