A me piace festeggiare un po’ tutte le ricorrenze e gli anniversari, e anche oggi ce n’è uno per la mia famiglia, che può anche sembrare di poco conto, ma per noi si tratta di un giorno che ha decisamente cambiato le nostre vite. In casa Barbieri, il 24 maggio 2012, è arrivato un piccolo cucciolo di bovaro, di appena due mesi. Pesava 5 chili, era poco più grande di una mano, aveva un pelo morbido che sembrava un pupazzetto Trudy in movimento.

Avevamo già avuto un cane prima, un bellissimo esemplare femmina di pastore tedesco, ed essendo tutti grandi amanti del Re Leone, l’avevamo chiamata Nala. Ma i pastori tedeschi, si sa, sono cani liberi, selvaggi, lei ha sempre vissuto fuori, tra il suo recinto, e il campo di frumento in cui la liberavamo 3-4 volte al giorno, a turni. Mia mamma, maniaca della pulizia, era assolutamente contraria a qualsiasi tipo di animale dentro casa, pesci rossi compresi. Solo una volta la Nala si è azzardata a superare il confine del garage, entrando quasi in taverna, ma subito dopo l’hai vista scappare a gambe levate con mia mamma che le urlava “Fuoriiii!”. Non ci ha più riprovato. Ma, un bel giorno, torna a casa dal lavoro dichiarando: “Ho trovato l’unico cane che potremmo tenere dentro casa, è venuto in ufficio oggi: di tre colori, nero, bianco e un po’ marrone, grande, vedeste che educato, vicino al suo padrone, non si è mai mosso…”. Mio papà aveva già capito: era un bovaro del Bernese. La sera stessa aveva già trovato un allevamento. Ma due cani insieme no, non si poteva. Nel 2011, dopo 11 anni, abbiamo salutato la Nala. A settembre mia sorella si è sposata, e mia mamma non voleva cani da tenere lontani dal vestito o a cui badare quel giorno, perciò la ricerca è potuta ricominciare solo dopo il wedding day. Anche perché si “liberava” un posto in famiglia, e potevamo trovare un nuovo componente. Il pomeriggio in cui Olimpia è arrivata a casa è stata una festa, che ovviamente ha coinvolto tutta la nostra strada: una processione continua di tutti i vicini, tanto che ad un certo punto abbiamo detto. “E’ come quando arriva un bambino…”.

Gli ordini della padrona di casa erano stati chiari: “Le concedo di dormire dentro casa, ma può stare  solo al piano inferiore”. La prima notte, mio fratello ha dormito sul divano, mentre lei si era rannicchiata sotto il tavolino del salotto. La mattina dopo, mentre lui si allontanava in bici per andare a scuola, un piccolo Trudy si stagliava su due zampe piangendo davanti al cancello. Una scena straziante. Ma non più straziante della seconda notte, in cui, teoricamente, secondo i genitori, era pronta per dormire da sola, in garage. Un lamento continuo, tanto che presa da un moto di compassione, perfino io mi sono alzata dal letto alle 4 del mattino per parlarle attraverso la porta chiusa. Non sappiamo se sia dovuto al senso dell’abbandono di quelle notti, fatto sta che ha sviluppato una forte dipendenza alla compagnia: non ha mai voluto stare da sola. Il piano di mia mamma di relegarla solo al piano terra è stato infranto il giorno dopo, quando se l’è ritrovata sotto l’asse da stiro, e siccome c’era solo lei in casa, Olimpia le stava incollata ai piedi in ogni minimo spostamento. E poi si sa, i cani devono segnare il territorio: la domenica mattina mio papà la porta su: “Vai a cercare la Valeria…”. Lei entra in camera, annusa intorno… mi giro e con la coda dell’occhio la vedo accucciata sul tappeto. La faccia di mia mamma con le braccia ai fianchi sulla porta, mentre noi con la canna pulivamo il tappeto fuori, la ricorderò sempre. E mio fratello che dice: “Eccalà, ha fatto la caz**ta. Ora ti tocca stare fuori a vita, sei contenta, Olly? Due giorni sei durata…”.

Inutile dire che il sogno di un bovaro educato e obbediente come quello che aveva visto quel giorno in ufficio, è rimasto solo un sogno, ma bisogna riconoscere che, in realtà, mia mamma ha stoicamente resistito a mille affronti: numerose paia di ciabatte da buttare, perché mangiucchiate o nascoste sotto terra, pipì trovata in tutti i punti della casa, tranne che sui giornali messi lì apposta, tappeti nuovi buttati via dopo tre giorni, finche non si è rassegnata a toglierli tutti, bistecche lasciate sul tavolo della cucina e mai più ritrovate, pelo nero ovunque, e aspirapolveri da cambiare spesso per il troppo uso, gare di tiro alla fune con lenzuola, tovaglie e tappeti, calzini sporchi presi dai mucchi in lavanderia, mangiati e poi vomitati in giro… Insomma, cose così. Ah, ovviamente Olimpia ha preteso il SUO posto sul divano: se ti ci siedi ti fa gli occhioni dolci finché non ti sposti, o ti si infila dietro alla schiena e poi ti spinge avanti, finché appunto non si prende il suo spazio. Ha da subito cercato di superare qualsiasi limite, tra cui quelli imposti dalle porte: appena ha raggiunto l’altezza sufficiente per arrivare alle maniglie, cioè dopo neanche due mesi, ha iniziato ad aprirsele da sola. Non hanno un bell’aspetto, sono tutte piene di graffi e col legno scrostato, ma ci è tornato utile in diverse occasioni dopo esserci chiusi fuori.

Negli anni siamo giunti alla conclusione di avere un cane con diversi problemi psicologici, pluri-fobica, decisamente pigra, bisognosa di attenzioni e coccole. Ma ha affrontato senza scomporsi troppo l’arrivo di ben tre impavidi pargoli, che nonostante siano stati spesso atterrati, nei loro primi incerti passi, dalla semplice potenza della sua coda, all’altezza giusta, l’hanno sempre usata come cavallo a dondolo, peluche, cuscino, pungiball, tira orecchie e quant’altro. Oltre a non averne mangiato neanche uno, se glieli tocchi, o li rincorri, o li lanci per aria, ti si para davanti abbaiando minacciosa. Tenendo conto che quelle sono le modalità tipiche di Fabian di giocare coi nipoti, lo ritengo decisamente un sopravvissuto.

CON ALE NON VALE, perché quando abbiamo pensato al nome da darle, ne volevamo uno importante, possente: OLIMPIA. Il caso ha voluto che qualche mese dopo conoscessi un atleta che era andato alle Olimpiadi. E che per farsela amica, i primi mesi, e per non farsi abbaiare contro quando passava a trovarmi, le dava le barrette energetiche attraverso il cancello. Lui poi insisteva: “Guarda che è un cane atletico, i bovari salvano le persone…”. L’unica volta che l’ha portata a correre, l’abbiamo riportata a casa con le zampe martoriate. Adesso ha cambiato idea e ripete rassegnato: “E’ pigra… come la sua padrona…”. Però a far le passeggiate, in pieno inverno, alle 10 di sera, ci vanno volentieri insieme, i due piccioncini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *