All’inizio del libro vengono raccontati la sua origine, perché è nata quell’idea, a cosa ha portato, e soprattutto l’incoraggiamento (del tutto inconsapevole) di Ale e della sua frase: “Eh sì Valeria, che storia… Una storia da raccontare”. 

Quando parliamo di “storie” ci vengono in mente romanzi, trame di film, fiabe, miti, tutte cose che ci sembrano spesso lontane da noi, o comunque riferite a qualcun altro. Come è strano pensare di essere noi stessi i protagonisti di una narrazione. Eppure è così, e il bisogno di inserirsi in una storia fa parte dell’essere umano molto più di quanto possiamo immaginare. Ricordo che uno dei corsi più belli frequentati all’università è stato proprio Letteratura per l’infanzia, del secondo anno, che poi ho approfondito anche nel tirocinio e nella tesi. La narratività risponde a quel bisogno degli uomini di dare un senso a ciò che gli accade, agli eventi del mondo, a ciò che a prima vista risulta inspiegabile e che provoca emozioni indecifrabili.

I dubbi mi hanno tormentata a lungo quando ho realizzato che stavo per pubblicare un libro che parlava della MIA storia, un libro scritto per rispondere a quel bisogno di mettere ordine negli eventi incasinati che si succedevano senza tregua in un periodo della mia vita troppo breve per reggerli senza perdere prima o poi la testa. Forse proprio questo aspetto di stra-ordinarietà della mia vita e di quella di Ale (anche se rende meglio parlare di A-normalità) mi ha spinta a pensare che potesse trasformarsi in una storia, una storia da raccontare. La cosa che più mi riempie il cuore è ricevere messaggi in cui tante persone, sia donne che uomini, mi dicono di essersi rivisti, immedesimati, emozionati per situazioni che fanno parte anche della loro vita, e non solo come atleti. Questo mi indirizza ad un’altra conclusione: non tutti ci mettiamo lì a scrivere un libro su ciò che ci succede, sulla nostra vita, o sui difetti del nostro partner. Anche perché ci vuole un sacco di tempo, assicuro io. Però realizzare che ogni storia, anche la nostra, ha qualcosa di speciale, può farci sentire protagonisti della nostra vita; speciali per chi amiamo, all’interno della nostra famiglia e cerchia di amici, nel lavoro. Non serve una serie tv su di noi per comunicare che la nostra presenza qui ha un senso, un motivo preciso, anche se a volte ci sfugge e ci sembra di non avere abbastanza valore per fare o dire qualcosa. Siamo i protagonisti di un bellissimo racconto, di un romanzo avvincente, di un film entusiasmante: il nostro. 

CON ALE NON VALE, perché io alla fine sono contenta di aver investito tutto quel tempo a parlare di Ale e dei suoi difetti e casini (ha anche dei pregi sì, anche se nascosti). Grazie a questo sono entrata in contatto con tante storie speciali all’interno di vite normali. E mi auguro che tutti possano riuscire a sentirsi protagonisti di “una storia da raccontare”, la propria. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.