Quando a febbraio 2019 ho fatto un trasloco “in solitaria” dal nostro appartamento a casa dei miei, mentre Ale dava indicazioni direttamente da Fuerteventura, ricordo di essermi ripromessa una cosa e di avergliela scritta: “Giuro che il prossimo trasloco lo faremo in una casa in cui dovremo stare come minimo 50 anni!”. L’obiettivo era chiaro: la successiva sarebbe stata una casa nostra, comprata, perché finalmente avremmo avuto chiaro il posto preciso in cui trasferirci. Basta provvisorietà. Prima o poi sarebbe arrivata anche per noi la fase in cui avremmo smesso di fare i nomadi in giro per il mondo e avremmo messo radici. Tanto più o meno la zona Ale l’aveva chiara, voleva stare vicino ai Colli Euganei, immerso nella natura, possibilmente in un posto alto e isolato. “Con due pitbull anche, grazie”, gli dicevo sempre io, giusto per poter dormire sonni tranquilli quando lui non ci fosse stato. 

Nel 2020, appena è stato possibile post lockdown, ci siamo mossi su questo fronte, cercando e andando a vedere un sacco di case, ma nulla, nessuna faceva al caso nostro, e la ricerca era diventata molto frustrante. In tutto ciò, nonostante i periodi di viaggi e i ritiri, e per quanto grande fosse, eravamo comunque sempre una coppia di giovani sposini a casa dei genitori (dei suoceri per Ale!). Una bella prova di sopravvivenza, e pazienza, per tutti e quattro. Se noi in mesi e mesi di ricerca non siamo riusciti a trovare nessuna soluzione che rispondesse alle nostre esigenze, i miei, in quattro e quattr’otto, a maggio 2020 si sono presi una casa in Altopiano di Asiago. I miei fratelli durante l’estate ci hanno passato settimane intere, mentre io e Ale siamo riusciti non dico a starci, ma proprio anche solo a vederla, a novembre, una volta finita la stagione. Chiaro dunque che per le vacanza di Natale abbiamo avuto la precedenza, e abbiamo passato lì il Capodanno. C’era la neve, giornate di sole pazzesche, io studiavo in casa tutto il giorno, Ale si allenava fuori, andava a correre, a fare sci di fondo, a ciaspolare, oppure stava giù in garage a fare rulli. Tornati a casa, un giorno se ne è uscito con: “Vale, avrei una proposta da farti”. Ora… l’unica proposta BUONA, me l’aveva già fatta un paio d’anni prima, in ginocchio, con un anello. Di qualsiasi cosa si trattasse in questo caso, non poteva essere certamente nulla di positivo.

“E se ci trasferissimo in montagna?”. Beh, dai, pensavo peggio. Dopotutto, eravamo passati dalla fase “E se andassimo a vivere in camper?” e da quella “Perché non ci trasferiamo in Canada?”, che in effetti la montagna sembrava anche una proposta abbastanza sobria. L’ho presa bene, devo dire, non l’ho mandato a quel paese subito. Anzi, se ne è stupito anche lui, ma giorno dopo giorno mi sono sempre più convinta potesse in effetti essere una buona idea. Ho cercato le scuole primarie della zona, per poter chiedere il trasferimento, dato una rapida occhiata alle temperature medie… Sì, dai, era fattibile. Certo, significava allontanarsi da Padova, da casa, dalle famiglie e dagli amici, ma ripensando alla mattina del 2 gennaio, quando dopo una nevicata di tutta la notte in cinquanta minuti siamo arrivati in piscina mi sono detta che dopotutto era più che fattibile (piccolo particolare, eravamo partiti alle 7 perché doveva a tutti i costi nuotare, e si è poi trovato la piscina chiusa, tutto solo perché non aveva voluto chiamare il suo allenatore).

L’idea c’era, ma la fase attuativa è stata rimandata post Tokyo, dal momento che chiunque ci sia passato sa quanto possano essere estenuanti le ricerche di una casa (anche solo in affitto) e il trasloco. Certo, non avremmo mai pensato però che, iniziando a muoverci a fine settembre, dopo le gare in Canada e della Super League, saremmo riusciti a trovare pochissimi appartamenti disponibili, e soprattuto non a breve termine. Anche perché, nel frattempo, Fabian jr si era probabilmente stancato di aspettare che tutti gli aspetti delle nostre vite trovassero il giusto collocamento, e ci aveva fatto il grande regalo di arrivare tra noi anche se non c’era ancora una casa nostra (tanto, avrà pensato, qui in caso ci sono i nonni che hanno pure un enorme cane peluche). Ma nonostante le resistenze di mia nipote Vittoria e della nonna Rita, che col bimbo in arrivo avrebbero voluto che io stessi stabile lì vicino (“Sta casa con tua mamma tu, tanto quello lì prima ti porta via distante, e poi ti lascia a casa da sola col bambino, lascia che vada lui… Tu stai qua con noi”, diceva la nonna Rita, arrabbiata con lo stesso Ale che fino a poco tempo prima adorava). 

Ma ormai avevamo davvero troppa voglia e bisogno del nostro nido. Ovvio, tra le tante aspettative che avevo per la mia prima gravidanza, non era stato minimamente contemplato un trasloco al nono mese. È arrivato anche quello, a metà dicembre, e per quanto avessi fatto principalmente la “direttrice dei lavori”, evitando di spostare scatoloni e fare sforzi, la fase di sistemazione interna di casa mia non l’avrei delegata a nessuno (neanche ad Ale!). Mi sono così vinta un paio di notti di contrazioni molto intense, che mi hanno fatto dare una regolata. Non capisco come mai lui dentro la pancia abbia avuto il diritto di muoversi come un forsennato da prima dell’inizio del sesto mese, mentre io, per due giorni di “attività” un po’ più intensa del solito, oltreché assolutamente necessaria se non volevamo vivere tra gli scatoloni fino a Natale, dovessi venire pure richiamata all’ordine con così poca delicatezza.

Fatto sta, è iniziata così la nostra vita in montagna. Per me, appunto, abbastanza rintanata in casa, tra il riposo imposto dalle ultime settimane di gravidanza (non è che ci si muova con grande agilità), la voglia di godermi il più possibile ogni piccola sensazione, momento e movimento del piccolo nella pancia, e le limitazioni oggettive date da un aumento dei contagi per Covid totalmente fuori controllo. 

Per Ale è iniziato invece un periodo di assestamento sia negli allenamenti, sia nella gestione di quei compiti di casa un po’ più pesanti: gli manca solo la camicia a quadri, dopodiché può ritenersi ormai un abile boscaiolo. Dopo i primi giorni di difficoltà di avviamento della stufa a legna, uso di diavolina, fughe di fumo, e video tutorial su youtube, è diventato un espertissimo mastro focaio, oltre ad aver aggiunto alla preparazione atletica una o due sedute da spaccalegna a settimana, dalle quali rientra sempre con qualche parte di mano sanguinante. E penso che tra qualche mese potrebbe assumere l’aspetto di un puntaspilli, da quante schegge si prende.

Quando apriamo la finestra della nostra camera, al mattino, sembra di essere in una piscina tutta bianca. La neve non si scioglie, rimane per settimane. Ho avuto a lungo il terrore di come avrei fatto a scendere con la carrozzina giù per la nostra stradina, che è praticamente sempre un po’ ghiacciata, non credendo alle leggi fisiche che Ale, mio papà, mio cognato e mio fratello tentavano di farmi comprendere, ossia che con paio di scarpe con la suola adatta sarei stata stabile. Al mio “Ma la carrozzina ha le ruote che possono scivolare sul ghiaccio…” mio fratello si è spazientito, e con un delicatissimo “Fidati, pesi MOLTO di più tu di qualsiasi carrozzina…” ha messo fine alla discussione. 

Oltre a neve e ghiaccio, tendenzialmente qui c’è sempre il sole. Niente a che vedere con la nebbia in val padana che ero abituata a vedere ogni mattina andando a scuola, l’aria è fresca ma sa di buono, non di umidità e smog, mi piace spalancare le finestre della nostra camera, i gradi nella stanza scendono velocissimi ma non si sente, è un freddo sano, pulito, purificante. E allora sì, quando Ale dice “L’ho fatto per la qualità di vita”, non posso che dargli ragione (per una volta!). Anche se ogni tanto ancora mi chiedo come gli sia potuto passare per la testa di propormi di andare a vivere in camper (al Canada effettivamente… magari ci avrei fatto anche un pensierino…)

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