Fin da tempi non sospetti, cioè da anni prima di rimanere incinta e dover quindi pormi seriamente il problema, sono rimasta incuriosita da questo tema dei pannolini lavabili. Un’alternativa ecologica, economica, poco inquinante; allettante, certo, ma si parla sempre di cacca da lavare via e, quindi, da dover toccare… Non sembrava una cosa adatta a una a cui fa sinceramente un po’ schifo anche prendere in mano le maglie e i calzini fradici di sudore di Fabian. Sui social si trovano informazioni di ogni tipo a riguardo, e ho cercato di cogliere spunti, istruzioni, soluzioni pratiche. L’effetto non è stato sempre rassicurante. Si entra in un mondo fatto di termini come fitted, piegature, cover, inserti, parco pannolini (!?!); poi cerchi di capire come vanno lavati, ed ecco prelavaggio, lanolizzazione, per arrivare a percarbonato di sodio e acido citrico che ti fanno tornare i brividi per quel debito in chimica scampato per poco al liceo per non aver mai capito il meccanismo della nomenclatura, costatomi un paio di 5 a fine anno. Insomma, un marasma generale in cui è difficile orientarsi, ma la frase rassicurante è sempre una: “Dopo un po’ ti abitui ed è più facile”.

Ok, pensi, il problema è che ci saranno già tante cose in cui prendere mano all’inizio, quando mi troverò a casa un neonato e non saprò da che parte rigirarlo anche solo per dargli da mangiare, figuriamoci a cambiarlo… Siamo proprio sicuri di volerci complicare la vita anche per una cosa per cui è stata inventata già una soluzione, in forma di pannolini usa e getta? “Ma vabbè, al momento non è un mio problema, ci penserò quando sarà il momento…”

Il momento di pensarci seriamente, ad un certo punto, arriva. Dico ad Ale: “Sai, mi piacerebbe provarci coi lavabili”. Lui, incarnazione dello spirito ecologico, della differenziata, del “Vale, usi un sacco di carta igienica, ma tre quadratini non ti bastano?”, non poteva esserne più felice. Riprendo in mano la ricerca di informazioni e di nuovo cado nel baratro e inizio a sognarmi di notte interrogazioni di chimica sul perché il percarbonato di sodio finisca in -ato… Non ce la posso fare. 

In un misto di ammirazione per le mamme paladine dei lavabili e di pessimo senso di autoefficacia per me, che invece non ce la farò mai, sento che però mi dispiacerebbe rinunciare senza averci neanche provato. Decido di fare un minimo investimento e mi riprometto di fare una prova con la massima serenità: se creerà ancora più stress con il piccolo in una nuova ricerca di equilibri già di per sé complicata all’inizio, molleremo senza troppi rimpianti. C’è da dirselo, i pannolini lavabili difficilmente prevedono la possibilità di un “minimo investimento”, a meno che tu non ne prenda davvero pochi, ma in tal caso non riusciresti a darci il giro, visto che un neonato lo cambi dalle 5 alle 10 volte al giorno, e poi significherebbe fare lavatrici di pannolini tutti i santi giorni, che non si asciugherebbero in inverno, in montagna, in tempo per riusarli il giorno dopo. Servirebbe un’asciugatrice, ma al di là che per far entrare l’asciugatrice da noi avrei dovuto mettere fuori in mezzo alla neve le bici di Fabian, poi viene naturale chiedersi: è davvero ecologico fare lavatrici/asciugatrici tutti i giorni, anche con doppio lavaggio o trattamenti vari? E il consumo di energia, acqua, detersivi? Come faccio a stare a ritmo se avrò sempre il bimbo da seguire? Ed ecco altri mille nuovi dubbi farsi avanti.

Ad un certo punto, ho trovato una soluzione. Dei pannolini della categoria dei “pocket”, costituiti cioè da una cover esterna e un buco in cui inserire degli inserti di cotone assorbente (tipo asciugamani), ad un prezzo contenuto, circa 50 euro per sei pannolini. I punti a sfavore? Si trovano su Amazon, che è diventato uno splendido strumento in termini di comodità e velocità di acquisto, ma con le ombre e i controsensi che tutti conosciamo. Due: la cover esterna è in microfibra, non certo in cotone biologico, bambù o lana, quindi non un materiale super naturale. Sopra il pannolino si devono mettere delle veline per raccogliere la cacca; le trovo completamente biodegradabili, così la pelle del bambino sarà a contatto con quelle, e mi sento meglio. Trovo un set di altri cinque pannolini con l’interno di cotone, prendo anche quelli, ho undici pannolini, come prova per iniziare possono andare. 

Sono tutta orgogliosa, comunico la scelta in famiglia, e mia mamma e mia sorella, tre figli ciascuna, mi guardano storcendo il naso: “Ma tu, schizzinosa come sei, te la senti di lavare i pannolini sporchi di cacca?” “Vorrei vederti poi la notte, piena di sonno, se dopo averlo cambiato ti metti pure a lavare il pannolino anziché tornare a letto il prima possibile…” Porca miseria, a questa cosa della notte non ci avevo pensato. La saggezza di una sorella che ha scoperto, in una vita insieme, che “Tu quando non dormi diventi cattiva”, poneva un problema non indifferente nella gestione del sonno con un neonato. Ok, facciamo che di notte allora usiamo gli usa e getta. E anche quando andremo da qualche parte, che girare con i pannolini sporchi dentro la borsa o in auto, anche no (che già abbiamo vestiti e scarpe sudati del padre).

A gennaio è nato Alvise, e abbiamo iniziato la nostra prova. Ci sono bimbi che non fanno la cacca anche per giorni interi, mentre io mi stupisco tuttora se trovo più di due pannolini al giorno bagnati solo di pipì. La stitichezza non è evidentemente un problema che può appartenere alla componente maschile della famiglia. Abbiamo avuto a che fare con tanta cacca. E tanta pipì. Le prime settimane spesso dovevo fare un cambio outfit completo: pannolino, body, tutina, perché si ritrovava tutto bagnato. Mi sono scoraggiata: era inverno, i piccoli non amano particolarmente il momento del cambio, essere toccati con le mani fredde, figuriamoci venire cambiati da cima a fondo sette-otto volte al giorno. Leggendo le recensioni su Amazon ho scoperto tanti piccoli errori che facevo: i lavabili vanno cambiati più spesso degli usa e getta, i 12 inserti che arrivano coi sei pannolini sono il doppio perché ne vanno inseriti due in ogni pannolino, non uno solo (e no, non sono 12 per poter riutilizzare la cover se bagnata solo di pipì – sì, abbiamo fatto anche questo per qualche giorno). Ho scoperto che tanti non hanno iniziato subito coi lavabili, ma dopo qualche mese. E certo, perché perfino mio figlio, dall’alto del suo 97esimo percentile, appena nato aveva le gambine magre magre (ovviamente ereditate dal papà, mica da me) e anche chiudendo il pannolino stretto stretto, rimaneva sempre un po’ di spazio attorno alle cosce. Coi lavaggi poi il potere assorbente degli inserti va via via aumentando. Ho anche sostituito le veline usa e getta con altre lavabili e più assorbenti, e la situazione è migliorata sempre di più. Se nel momento in cui lo cambio non ho tempo (o voglia) di lavare subito il pannolino, togliamo gli inserti e mettiamo in ammollo le veline sporche. Il resto del pannolino viene lanciato dalla finestra direttamente in terrazza, dove c’è uno stendino per la fase di asciugatura, prima di metterli nella loro sacca. Il primo che ha un po’ di tempo (o a cui serve il bidet) poi sciacquerà e metterà a stendere le veline, nel frattempo si usa sempre la tecnica di far finta di non vedere e passano tutte le paure (ricordarsi però di non far entrare eventuali nonne maniache dell’ordine in bagno). 

Coi pannolini in cotone le fuoriuscite erano più frequenti, perciò, secondo il principio del “squadra che vince non si cambia”, ho rifatto l’acquisto della tipologia con cui mi ero trovata bene. Ora ho 18 pannolini, e le rispettive veline; riesco a fare due o tre lavatrici a settimana, e quando le stendo fuori, o mi siedo a ricomporre i pannolini puliti e profumati, mi pervade una bellissima sensazione. Sento che ho fatto la scelta giusta. Sento che sto facendo qualcosa di buono per mio figlio (che per di più non ha mai avuto irritazioni e eritemi), per tutti i bambini e per l’ambiente. Dicono che ogni bimbo produca in media duemila pannolini di rifiuti. Ridurre il numero dei nostri sarà poco, ma intanto li togliamo, e quelli che produciamo cerchiamo che abbiano un impatto ambientale minore.

La notte infatti usiamo sempre gli usa e getta, che la mattina raggiungono di solito il peso di 270-300 grammi (li ho pesati, sì…), perché Alvise non ne vuole più sapere di venire cambiato mentre sta dormendo: ciucciatina sì, fasciatoio, luce e mani che lo rigirano, anche no. Dopo giorni di assidua ricerca in rete, Fabian ha trovato una marca di pannolini all’85% biodegradabili. Dalla Svezia. Ora… seriamente dobbiamo farci inviare i pannolini dalla Svezia? L’unica volta in cui ho preso un pacco di Pampers al supermercato, mi ha tenuto il muso due giorni. Perciò ok, abbiamo l’abbonamento formato scorta (così il corriere fa meno giri) e i pannolini svedesi. Che reggono anche 12 ore di pipì. Quando Alvise decide di metterci il carico da 90 la mattina appena sveglio, però, non li si può biasimare se lo ritroviamo sporco fino a metà schiena.

In tal caso si pretratta un po’ la macchia, e il body finisce nella successiva lavatrice coi pannolini lavabili. 40° (ogni tanto una a 60°), asciugatura al sole, e ci si dimentica della cacca. Che tanto, quando si diventa mamme, non fa più schifo, neanche se sei particolarmente schizzinosa come la sottoscritta. Anche perché dopo aver preso pisciatine in mano, in faccia, in doccia, non ci si fa neanche più caso. I vestiti sudati di Fabian, invece, quelli sì che continuano a farmi un po’ schifo.

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