Sono sei mesi che è iniziato per noi questo nuovo viaggio. Quando mi sentivo dire: “Goditi tutto, perché passa in fretta”, pensavo fosse, come tante altre cose, un’esagerazione. Invece, come tante altre cose, ora lo posso confermare. 

Oggi mi ritrovo con un bimbo di 10 chili, quattro denti già spuntati che rendono impossibile lasciargli le nostre dita a portata di bocca (ci lascia di quei segni!), si punta sulle ginocchia, sulle dita dei piedi, si tira su da solo… Tra un po’, come dice una mia amica, “ci torna a casa con la patente” (e non sono convinta sia una gran bella cosa trovarmelo che gattona in poche settimane, visto che già adesso è diventato ingestibile ed è sempre fuori dal suo spazio sicuro).

Ogni tanto riguardiamo le foto dei primi giorni e quasi non ci sembra vero: “Ma davvero è stato così piccolo?” Ripenso con un po’ di nostalgia a quelle prime settimane e alle notti coi tre risvegli, quando lo prendevo e stavamo in cameretta noi due; era inverno, lui avvolto nella sua copertina, io con il plaid sulle spalle. Ciucciata a destra, si addormentava, cambio pannolino, ciucciata a sinistra, cacca (giustamente sul pannolino pulito), altro cambio pannolino. E dopo due-tre ore si riprendeva. Ovviamente a volte Ale la mattina se ne usciva pacifico: “E’ andata bene stanotte mi pare. Si è svegliato solo una volta…” La mia faccia… “No? Allora solo due…?”

All’epoca cercavo di auto rassicurarmi: “Beh dai, non potrà durare a lungo. Qualche mese poi dormirà di più”. Ed ora, già da un po’, siamo passati al piantino leggero, senza neanche svegliarsi davvero, lo prendo, ciucciata di 5-10 minuti, lo rimetto giù sul suo letto, e via. Uno o due risvegli così, e Fabian grande tira tutta la notte che è una meraviglia.

Lo so, siamo fortunati, quando leggo di bambini che si svegliano ogni ora per mesi e mesi mi vengono i brividi. Ma sono anche quasi certa che le pagheremo tutte con gli interessi, con futuri prossimi figli… 

Se il sonno non è più un problema, lo è senza dubbio la mancanza di tempo e di autonomia. Il tempo per la doccia, un grande classico che senti dire dalle altre mamme e tu pensi “Ma che ci vorrà mai a farsi una doccia, sarà mica tutta ‘sta tragedia…” e poi ti trovi col bambino che inizia a piangere nell’ovetto (perché sì, c’è stato anche il periodo in cui l’ovetto veniva spostato dalla macchina e serviva per appoggiarci Alvise giusto quei 4 minuti necessari…) lì davanti appena inizi a bagnarti i capelli. E in due minuti di numero che finisci di lavarti, tempi decisamente record, lo ritrovi rosso paonazzo e incavolato nero, perfino con le lacrime agli occhi. Allora pensi che sia meglio aspettare che torni il papà e farsi la doccia solo quando c’è lui. Ci sono mamme che sono state giorni e giorni senza lavarsi in attesa dei papà…

Una volta ho detto ad Ale: “Tienilo un attimo, mi faccio una doccia veloce senza capelli”. Entro, tempo 10 secondi e mi apre il box con Alvise in braccio, in modo che mi veda e si rassicuri. Bello lavarsi con tutti e due lì davanti, a fissarti. Sospiro e mi lascio andare ad un “Ah, verrà il tempo in cui potrò avere di nuovo un momento per me”. E Fabian serafico, con la sua saggezza: “Vale, ricordati che sarai mamma per sempre”. “Sì, ma mi auguro di non doverlo avere fuori dalla doccia fin quando avrà quindici anni!”

Un giorno invece abbiamo discusso perché, scesi in giornata a Padova, abbiamo concentrato mille impegni, tra cui la spesa normale e quella dei miei prodotti senza glutine (acquistabili solo in alcuni posti). Si è offerto di andare lui, ma verso sera mi chiama, è già tardi e lui è appena uscito dalla palestra. Io nera: “Era una settimana che pensavo a come organizzarmi per fare la spesa! Lasciavo Alvise a mia sorella in quell’orario preciso, e invece no, come sempre arrivi tu e incasini tutto!” Quando riesco ad andare io a far la spesa, praticamente correndo, mi trovo poi in auto a chiedermi quando sia successo: come abbia fatto a trovarmi a non essere più padrona del mio tempo e a non avere più la libertà di fare una cosa così banale come la spesa, senza una meticolosa e minuziosa organizzazione prima. 

Anche cucinarsi semplicemente una pasta diventa un’impresa complicatissima da portare a termine. Proibito cucinare con bimbo in braccio, che io già normalmente sono terrorizzata all’idea di rovesciare la pentola dell’acqua bollente. Ma se uno proprio non vuole stare giù, giù non ci sta. Una volta ho dovuto bloccare a metà la cottura di un risotto, finché non è tornato Ale. Una bontà è venuta. 

Lui non lo sa, ma la sera in cui era a farsi le lastre in pronto soccorso, ad aprile, dopo la caduta dalle scale con Alvise in braccio, ho messo la pastina dentro al minestrone, e quella deve essere costantemente mescolata o si attacca sul fondo. Dopo qualche minuto l’ho spenta e sono finita a cenare sul divano con un pacchetto di biscotti al cioccolato.

Quando sento parlare di congedo di paternità di pochi giorni (per chi ce l’ha), o che non si può prendere in contemporanea con quello di maternità, dico sempre che, se Ale non avesse rallentato i ritmi e organizzato diversamente gli allenamenti in quelle prime settimane, io non sarei riuscita neanche a mangiare. E mangiare, per una mamma che allatta a ritmi sostenuti ed è costantemente attaccata ad un neonato che diventa un’estensione del proprio corpo, è di vitale importanza. Per carità, evidentemente noi ne avevamo un particolare bisogno, dopotutto mantenersi fuori da tutti i percentili di peso e altezza fin dalla prima ecografia e ad ogni bilancio dalla pediatra, richiede un certo consumo calorico. Ci sono stati momenti in cui dicevo sconsolata ad Ale: “Mi sa che sono in scatto di crescita anche io… Io ho tanta fameeeeee!”

Ma credo che su questo bisogno dei papà a casa si possa tranquillamente generalizzare. E poi sì, ad un certo punto si riuscirà anche a togliere tazze e marmellate della colazione dal tavolo prima dell’ora di cena, e a stendere la biancheria senza lasciarla sedimentare 5-6 ore nella lavatrice aperta. Ma nel frattempo, basta far finta di niente, girarsi dall’altra parte e ripetersi che una casa disordinata è semplicemente una casa vissuta. 

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