Non è stato difficile, per me e Ale, essere concordi sul voler tenere i nostri figli lontani dai telefoni il più possibile. Abbiamo già fatto una scelta strana, ma di cui siamo molto felici: non abbiamo la tv. Da anni, da quando siamo andati a convivere nel 2017; quando ci siamo trasferiti in montagna la prima cosa che ho inscatolato e restituito al proprietario di casa è stata proprio la tv (anche perché mi serviva lo spazio per la macchina del pane e il cappuccinatore). So che non sarà semplice quando Alvise crescerà, affronteremo il problema e cercheremo una soluzione valida, ma al momento proviamo a tenere fuori da casa nostra non solo i cartoni animati, di cui ora non ha alcun bisogno, ma anche tutto il male del mondo che altrimenti entrerebbe a gamba tesa, di solito all’ora di cena, coi telegiornali, in grado di farti rigirare lo stomaco, cambiandoti l’umore e togliendo l’appetito. Le guerre, la politica, il cambiamento climatico, le riforme che non portano altro che danni alle persone in termini di assistenza e prospettive, la mancanza di solidarietà e di umanità… ogni volta mi trovo con un senso di nausea che neanche quando ero incinta provavo così forte (almeno lì c’era un buon motivo per averlo!).

Anche senza televisione, comunque, questo male in casa ci entra e porta lo stesso il suo effetto negativo. Ci entra attraverso internet e social, attraverso uno strumento che neanche ci rendiamo effettivamente conto di quanto teniamo in mano. Noi abbiamo provato a fare un’inversione di rotta da quando è nato Alvise, perché non vogliamo che ci veda sempre con gli occhi sul telefono e perché, fin da subito, i bambini ne sono particolarmente attratti. È facile per una neo mamma approfittare del momento dell’allattamento (che ricopre buona parte della giornata, nelle prime settimane) per stare un po’ sui social, rispondere ai messaggi, condividere le foto del nuovo arrivato. Io a qualcuno ho risposto tre mesi dopo ai messaggi di congratulazioni di gennaio, con tremenda vergogna ma sapendo che avevo evitato di farlo in un momento in cui lui meritava la mia piena attenzione. Ho approfittato delle passeggiate per fare lunghi vocali, quello sì, e la maggior parte delle foto che ho di Alvise sono scatti rubati e spesso anche sfocati fatti mentre lui dorme (e selfie alle 4 del mattino). Tra covid e famiglie distanti, abbiamo usato spesso le video chiamate, che per lo meno permettono di mostrare loro dei volti in movimento e di sentire voci e suoni (per dire, mia sorella è riuscita a insegnargli a fare le bolle e “no no” con la testa a distanza).

Ci sono tanti modi per intendere i social: per qualcuno è un lavoro, per altri un passatempo, per altri un diario; alcuni li hanno e non li usano, per scarso interesse o dopo essersi accorti quanto tempo di vita rubano. Nel 2020 mi ero iscritta di nuovo all’Università, a Scienze della Comunicazione. Sono bastati pochi esami e il pormi un po’ di domande sui meccanismi legati ai mezzi di comunicazione di massa per capire che dai social non avrei voluto farmi intrappolare, e non sarebbero mai diventati un lavoro né un elemento che avrebbe dovuto togliere tempo e/o creare pressioni nella mia vita. Specialmente con un figlio in arrivo. È bello condividere col mondo la propria quotidianità, è bello raccontare la propria storia attraverso immagini e video (io ci ho scritto perfino un libro, figuriamoci se non mi piace la condivisione!). Mi accorgo anche solo nello scrivere questi articoli di quanto però io non abbia magari la foto “giusta”, perché la maggior parte delle mie foto sono fatte o con un bambino in braccio, o allo stesso bambino in modo tale però che lui non se ne accorga e non tenti, con la bocca aperta per l’impegno profuso nello sforzo, di acchiapparmi il telefono per farne giusto giusto un assaggino… Abbiamo scelto di non mostrare direttamente Alvise sui social, inizialmente quasi per un senso di gelosia, poi per protezione. Andando avanti, mi sono resa conto che la smania di condividere le sue scoperte, i traguardi, le cose buffe, i disastri, avrebbe prevalso e rubato tempo al vivere il momento stesso. Come puoi intervenire, in qualsiasi modo, su un bambino, se hai una mano occupata dal telefono? E lui, come vivrebbe avendo spesso la mediazione di uno schermo tra i suoi occhi e lo sguardo dei suoi genitori?

Non sappiamo se la scelta sia giusta, motivata, se mostrarlo anche girato rappresenti comunque una violazione alla sua privacy… Però al momento è la linea che seguiamo, e che almeno in parte ci aiuta a distogliere un po’ la sua attenzione da questo strumento che teniamo sempre in mano. Anche perché, di questo è impossibile non accorgersi, il nervoso e la cattiveria che sprigionano quando sono un po’ più grandini e viene loro negato anche solo di tenerlo in mano, il cellulare dei genitori, lascia davvero senza parole. Non voglio vedere scenate perché gli tolgo il telefono dalle mani, ma soprattutto, il mio impegno è quello di non vedere più mio figlio che con una manata allontana il telefono, mettendomi il suo visino davanti, come a chiedermi: “Mamma, puoi guardare me per favore?” Perché quando succede, ti senti veramente uno schifo. 

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