Siamo agli sgoccioli, ormai, e anche questa gravidanza finirà. Mi emoziona sempre pensare che potrebbe essere questione di giorni, ma anche di ore, che da un momento all’altro potrebbe iniziare tutto, che ogni notte potrebbe essere l’ultima da soli noi tre. Sento un bisogno estremo di ritagliarmi del tempo da sola, queste sere, dopo aver messo a letto Alvise (in questi giorni impiegando non meno di un’ora e mezza) e dopo aver addormentato anche Fabian con le mie storie della buonanotte per il bambino. Anche se è tardi, scendo, metto ancora legna nella stufa, mi siedo sul divano e allungo le gambe sulla mia compagna inseparabile da inizio gravidanza, la fitball. In questa posizione, la signorina inizia a scatenarsi, la pancia ondeggia, io, che quando leggo sottolineo sempre le frasi importanti, fatico a fare delle linee dritte, perché il libro appoggiato alla pancia si muove in continuazione. E lo stesso se mi metto a scrivere qualche pensiero sul quaderno.

Allora la guardo, le faccio qualche video ripensando a quanto ho filmato gli “allenamenti di nuoto” di Alvise nella pancia, e quanto poco l’ho fatto con lei. Le chiedo silenziosamente scusa, per non averla badata molto, in questi mesi. E ora che stiamo per dividerci, mi sento tremendamente in colpa. Per aver vissuto la sua presenza con più paura e prudenza, stavolta, anche se non era la prima; per non essere stata sempre attenta alle raccomandazioni tipiche, come “Non sollevare pesi” (un fratello di 13 chili), “Smetti di allattare che provoca contrazioni” (Alvise ha mollato l’osso neanche un mese e mezzo fa), “Riposati” (certo, ho solo un’ora d’aria al giorno praticamente, ossia quando lui dorme). Ma sapevo che non sarebbero state queste le cose che avrebbero potuto farle male. Piuttosto erano le preoccupazioni, la paura di non riuscire a gestire il lato pratico e organizzativo della vita con due bambini piccoli e un papà atleta, che per quanto presente e col massimo dello sforzo (ogni tanto riconosciamoglielo, dai), ha pur sempre impegni e incombenze non prorogabili, oltre che una quantità limitata di energie fisiche e un bisogno plus di riposo, specialmente di notte. Il dubbio che una differenza d’età tra loro di neanche due anni fosse troppo poca mi ha tormentata per mesi; guardavo Alvise e mi sembrava sempre troppo piccolo per diventare fratello maggiore. Questa gravidanza, però, così ravvicinata, mi ha permesso anche di stargli vicino e curare la relazione con lui in modo diverso: avevamo già scelto di non iscriverlo al nido, e da maggio in poi abbiamo avuto tanto tempo per stare insieme. A giugno abbiamo iniziato a togliergli il pannolino, non aveva neanche un anno e mezzo e non sapeva ancora dire “pipì”: ci sono state parecchie pulizie da fare, all’inizio, ma se non altro non avevo ancora la pancia, né un altro neonato da seguire, ed ora è stupendo vederlo che corre in bagno, si prende il riduttore e fa la pipì sul water.

Abbiamo ricominciato a svegliarci insieme la mattina e, specialmente i primi 4 mesi, a fare lunghe dormite il pomeriggio, abbracciati stretti. Quando ho iniziato a stare un po’ meglio, dopo le nausee, la pressione bassa e la stanchezza che all’inizio mi hanno davvero annientata, abbiamo ripreso anche a fare le nostre passeggiate: in montagna, col sole che ci scaldava, lontani dal rumore, dallo smog e dal caldo devastante della città. 

Nel frattempo, mentre io creavo esperienze e un legame sempre più forte con Alvise, cresceva anche lei. Silenziosa, discreta. O meglio, diciamo che si faceva sentire, non solo coi movimenti ma con una serie infinita di infezioni, fastidi e malesseri generali a muscoli e organi vari. “E’ normale, in una seconda gravidanza i tessuti sono più rilassati…” E meno male che ho sempre avuto pance “contenute”, che anche a 9 mesi non esplodono ma rimangono piccoline, tanto che entrambe le volte sono riuscita a mettermi lo smalto sui piedi a 39 settimane. Anche se Fabian mi prende sempre in giro dicendo che sono goffa.

Man mano che il numero di settimane di gravidanza superava quello delle settimane che mancavano, l’attenzione è stata sempre crescente. La sensazione del tempo che ti sfugge tra le dita, e che non puoi controllare né fermare in alcun modo, sa farti rivedere le cose sotto una nuova ottica: un po’ aiuta a ridimensionare, un po’ a dare il giusto valore. E noi un giusto valore a questa nuova vita che sta per arrivare nella nostra famiglia dovevamo assolutamente darlo. È stato il momento in cui sono iniziati i preparativi per la borsa dell’ospedale, dell’attrezzatura da (ri)mettere in casa, degli spazi da organizzare perché rispettassero le esigenze di tutti, comprese quelle di gioco e movimento di un duenne particolarmente attivo (e che al tempo stesso rendessero veloci e agevoli le operazioni di pulizia). 

C’è poi questa sensazione, che hanno spesso le mamme, di non arrivare al termine, alla famosa data presunta: io con Alvise ero perfino preoccupata che non scavallasse l’anno, pur avendo il termine il 23 gennaio. Ma si muoveva talmente tanto, da sembrare voler uscire dalla pelle, che mi sembrava impossibile potesse stare in uno spazio così ridotto ancora varie settimane. Alla fine è nato il 22, alle 23.24, ossia mezzora prima che scattasse il “suo giorno”, e giusto per far felice me che preferivo la data 22.1.22.

Con lei è andata diversamente: l’ho sempre immaginata nascere nel suo giorno, sempre per far felice me, visto che la data sarebbe il 23.11.23. Poi c’è stato un falso allarme a 38 settimane. Contrazioni partite, durate a lungo e anche piuttosto vicine. Abbiamo fatto le prove generali, scambiandoci Alvise coi nonni nel parcheggio dell’ospedale e mandandolo a dormire da zii e cugini (prova superata a pieni voti da tutti!). Io però continuavo a dirmi: “Non voglio partorire oggi”, e infatti anche lei deve aver cambiato idea. Da lì, però, le antenne si sono drizzate, le contrazioni preparatorie sono diventate quotidiane, ci sono stati altri giorni in cui sembrava che… ma poi non succedeva. Il tempo è davvero diventato strano, nella mia percezione. Il più delle volte, mi sembra di non averne più; il “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” ben si adatta in un certo senso a descrivere questa sensazione. La casa non è mai stata così pulita perché, nel dubbio, una passatina ai bagni e il Dyson sempre in funzione, oltre che il cesto delle cose sporche vuote, mi danno l’idea che sia tutto a posto. O almeno, di una casa in ordine che riuscirò a rivedere forse tra 7 o 8 mesi… 

Nel mentre, anche Ale è stato toccato da questo falso allarme: lui non ne può più di aspettare. Mentre io punto ad arrivare al termine del 23, lui ogni sera e ogni mattina sussurra alla pancia “Dai, Ciccia, che qua non vedo l’ora di conoscerti… è ora di uscire!” Dire che c’è rimasto male due settimane fa a tornare a casa con un nulla di fatto è dir poco.

Poi, vedremo quanto durerà l’entusiasmo quando la sera saremo in rapporto 2:2 coi bambini da mettere a letto… 

Nel frattempo, aspettiamo. Aspettiamo i suoi segnali, aspettiamo la sua decisione quando si sentirà pronta a lasciare il suo porto sicuro, il mio corpo, per buttarsi in questo mondo, anche se è un mondo che in questi giorni continua a farci vedere tutte le sue bruttezze e la sua cattiveria. Non potremo proteggerla da tante cose, ma ci impegneremo, nel nostro piccolo, a renderlo un posto migliore, per lei e per tutti i bambini. 

One Reply to “L’ATTESA DEGLI ULTIMI GIORNI…”

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